C’è un gesto che più di ogni altro racconta Kristian Ghedina: quel salto sulla Streif di Kitzbühel, il corpo sospeso nel vuoto, la velocità come unico orizzonte possibile.
Un’immagine diventata iconica, sintesi perfetta di un modo di vivere lo sci e la vita senza compromessi. Ghedina non è stato soltanto uno dei discesisti più spettacolari della storia azzurra, ma anche uno dei più vincenti: 13 successi in Coppa del Mondo, tre medaglie iridate (due argenti in combinata e discesa libera e un bronzo in discesa), protagonista assoluto degli anni Novanta, ma più ancora dei numeri, a renderlo unico è stato il rapporto viscerale con lo sci, amato più di ogni altra cosa, vissuto come libertà, rischio, bisogno quasi fisico. A Ponte di Legno, in occasione della presentazione del libro “Non ho fretta ma vado veloce”, Ghedina si racconta senza filtri. Ne nasce un dialogo che attraversa sport, vita privata, ricordi e riflessioni sul presente e sul futuro dello sci.
“Non ho fretta ma vado veloce”. Ghedina, come nasce questa frase che dà il titolo al libro?
«Nasce perché, alla fine, è quello che sono io. Sono sempre stato uno che fa tutto veloce. L’idea è venuta insieme a Lorenzo Fabiano, che ha scritto il libro: mi conosceva già, ma raccontandomi ha capito ancora meglio il mio modo di essere. Io ho fretta, faccio tutto di corsa, però le cose che devo fare bene, soprattutto nello sci, le preparo in modo meticoloso».






