Le barzellette di Silvio, le tosco-freddure alla Renzi, i siparietti di Salvini e Meloni... Non è mai una buona notizia quando i politici fanno gli spiritosi
di Filippo Ceccarelli
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Che non suoni troppo gravoso o troppo saccente, ma ogni volta che i politici fanno gli spiritosi – e succede spesso – viene da pensare a ciò che scrisse Giacomo Leopardi a proposito del nostro popolo, che qualche riga più sotto definisce “popolaccio”. E dunque: “Gli italiani ridono della vita: ne ridono assai più, e con più verità e persuasione intima di disprezzo e freddezza, che non fa niun’altra nazione”. Ma siccome la si è presa un po’ alla larga, ecco che passando dal laboratorio identitario leopardiano alle grevi, ma assai ben recitate barzellette di Berlusconi, alla stranianti metafore di Bersani, alle tosco-freddure di Renzi, ai siparietti gastro-social di Salvini, alle bimbe di Conte, ai saltelli da Orso Yoghi di Tajani e all’indubbio istrionismo che periodicamente porta la premier Meloni a strabuzzare gli occhi: «Regà!», interrompendo le conferenze stampa perché le scappa la pipì o coprendosi la testa dentro il soprabito nell’aula di Montecitorio... E insomma, dinanzi a questa raffica di allegria che proviene dai vertici politici e istituzionali, occorre integrare Leopardi con l’osservazione di un altro grande e caustico poeta dell’800, Giuseppe Gioachino Belli, al quale dobbiamo un rimarchevole point of view sul buonumore dei potenti: “Er Papa ride? Male, amico, è segno/ che a momenti er su popolo ha da piagne”. Il sonetto ha come titolo Le risate der Papa, che ai tempi del Belli restava pur sempre un sovrano assoluto. Dal che l’illuminante conclusione di quei versi: “Sovrani in alegria so’ brutti esempi./ Chi ride cosa fa? Mostra li denti”.








