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Le proteste di questi giorni in Iran, in cui le forze di sicurezza hanno ucciso vari manifestanti, sono cominciate a causa delle terribili condizioni economiche del paese, che si ripercuotono sulla popolazione. L’alta inflazione ha reso i prezzi insostenibili non solo per i clienti ma anche per i commercianti nei mercati, che non riescono più a guadagnare abbastanza dalle vendite e a volte faticano perfino a trovare la merce: per questo le proteste sono cominciate nei mercati di Teheran, la capitale, per poi spostarsi alle università e in altri settori del paese.
L’economia iraniana è da tempo in crisi. Negli ultimi dieci anni è cresciuta in media di circa l’1 per cento, un valore basso per un paese in via di sviluppo. Negli ultimi mesi la situazione è peggiorata drasticamente: la cosiddetta guerra dei 12 giorni, combattuta a giugno tra Iran da una parte e Israele e Stati Uniti dall’altra, ha isolato il paese più di quanto già non lo fosse in precedenza, e devastato la sua economia.
Dopo la guerra gli Stati Uniti hanno inasprito le sanzioni all’Iran, e a questo si è aggiunta la ripresa di alcune sanzioni delle Nazioni Unite, che erano sospese da 10 anni. Questo ha indebolito un’economia già debilitata e scoraggiato ogni possibilità di investimento nel paese. Di conseguenza la valuta iraniana, il rial, si è svalutata enormemente. Se a giugno era possibile scambiare 915.000 rial per un dollaro, ora ne servono 1,4 milioni. Soltanto nel mese di dicembre il valore del rial è crollato del 20 per cento. Sotto sanzioni e con le vendite di petrolio in calo (di cui ha ingenti risorse), lo stato non è in grado di sostenere la sua valuta.














