Apprendiamo dall’Ansa l’ennesima geremiade sul taglio dei finanziamenti al cinema italiano. Il querulo è l’attore Stefano Fresi, un tipo simpatico che parla con passione del suo lavoro, ma ci infligge la solita tirata sulla penuria di fondi. Un refrain che ci ammorba da un anno e si ripresenta puntuale, perché “un film come questo fa parte di quel cinema che rischia di sparire di più, perché ha meno difese”. La pellicola è il noir L’acqua non è mai ferma di Roberto Mariotti e non si comprende da cosa dovrebbe difendersi: se è un buon film, la gente andrà a vederlo.
È un’opera indipendente e il cinema è un’industria, d’accordo. Ma è lecito scrivere che non esiste solo il cinema in Italia? C’è molto di più, come universalmente noto. Invece a sentire la parrocchietta cinematografara pare che la patria sia un deserto culturale e Cinecittà l’unica luce nella tenebra. Impossibile dimenticare le rampogne scomposte dell’attore Elio Germano al ministro della Cultura, a suo dire colpevole di mettere in crisi il sistema. La verità è un’altra e a chi scrive sembra invece che il cinema italiano, le cui produzioni distano anni luce da quelle dei registi che ne hanno fatto la storia, riceva troppo. Basta fare due conti per capirlo.






