Il cinema, si sa, ha diversi generi. Se si affronta la questione dei finanziamenti pubblici al settore, vengono toccati quasi tutti. Quanto ai denari dello Stato utilizzati per finanziare le produzioni, siamo sicuramente nel genere horror. In dieci anni scarsi, dall’approvazione della riforma dell’ex ministro dem, Dario Franceschini, a oggi l’industria sussidiata della macchina da presa ha incamerato 7,2 miliardi. Di questi, 3,5 circa per finanziare le produzioni nazionali, più un altro miliardo per attirare quelle straniere. Un pozzo senza fondo, specie se si considera che i soldi stanziati all’inizio erano 1 miliardo e 100 milioni, cifra già non irrilevante. Gli altri 2 miliardi e mezzo circa sono dovuti agli splafonamenti, le spese non considerate all’inizio ma che, con la riforma del tax credit voluta dall’ex capo della cultura progressista, vengono rimborsate - o meglio, scontate fiscalmente - in automatico.

E qui sterziamo sul genere legal-thriller. Già perché, se nel periodo interessato - dal 2017 al 2024 - le spese per le produzioni si sono aggirate intorno ai 3 miliardi e mezzo, ma gli incassi al botteghino si sono fermati solo a mezzo miliardo, è lecito domandarsi chi ha messo gli altri 3 miliardi per pareggiare i conti. Soluzione del giallo? Lo Stato, i cittadini. Grazie ai loro quattrini un’industria che sul mercato produce valore per “1” ma costa “7” riesce a fare un margine di “3”.