Il primo gennaio, ormai, non si ascolta un solo Concerto di Capodanno: si fa zapping. Radio 3, Rai 1, Rai 2, poi di nuovo Radio 3. Il telecomando diventa una bacchetta e il pollice un direttore d’orchestra domestico. Vienna e Venezia: non è una sfida dichiarata ma proprio per questo finiscono per confrontarsi più di quanto ammettano. Vienna resta Vienna: cascasse il mondo il suo concerto è un rito che si compie sempre uguale a se stesso e proprio per questo funziona alla perfezione. Anche cambiando i direttori, il risultato complessivo resta sostanzialmente identico: il meccanismo è talmente collaudato da procedere quasi da solo. Quest’anno sul podio c’è Yannick Nézet-Séguin, direttore brillante, comunicativo, esuberante, simbolo di una nuova generazione anche nel look, con una presenza scenica moderna e immediata.
Il suono dei Wiener Philharmoniker è, obiettivamente, spettacolare. È quel colore inconfondibile che ha reso l’orchestra famosa nel mondo, custodito come un segreto di famiglia: strumenti che si tramandano di generazione in generazione, un’identità sonora mantenuta intatta con una cura quasi artigianale. La dinamica è scintillante, la brillantezza orchestrale impressionante, la sicurezza assoluta. Eppure, guardando bene le immagini televisive, emerge un altro dato, puramente descrittivo ma eloquente: l’anagrafe. L’orchestra viennese appare mediamente più matura, così come il pubblico che riempie il Musikverein. Nulla di valutativo, sia chiaro: è una fotografia sociologica, non un giudizio. Vienna è una capitale imperiale che continua a celebrarsi con eleganza, come se il tempo si fosse fermato in un valzer eterno. Ed è proprio il valzer, con il suo ritmo di tre quarti, a dare l’impressione di una clessidra inesorabile, implacabile. Il concerto procede come il ballo del Gattopardo di Visconti: si continua a danzare mentre il tempo scorre. Bello, raffinatissimo, rassicurante, prevedibile. Qualcuno direbbe: leggermente noioso ma è un noioso di lusso. Venezia racconta un’altra storia. Qui il Capodanno non è una liturgia, ma un racconto.













