Nel quinto secolo avanti Cristo Tucidide ci spiega perché «in guerra, il vantaggio del mare è che puoi fare incursioni ovunque e in qualsiasi momento, mentre sulla terra ci sono molte più limitazioni». La storia moderna ha confermato questa tesi con l’egemonia globale di potenze marinare come quella inglese (per un periodo parzialmente contrastata da spagnoli e su scala minore portoghesi e olandesi) e poi quella americana. Quando oggi assistiamo non solo alla Cina ma anche all’India che si dotano di potenti flotte militari, non possiamo non constatate come la lezione tucididea non sia più solo un patrimonio occidentale. E osserviamo anche che, intanto, il luogo centrale dell’egemonia sui mari pare spostarsi dall’Atlantico, e quindi dalle navi americane e inglesi, all’Indopacifico dove solo i giapponesi per qualche anno avevano tentarono di contrastare la superiorità americana, oggi invece sfidata da Pechino.

E a confermare il declino di una certa centralità dell’Atlantico, c’è anche l’Artico, con l’apertura di nuove strategiche rotte marittime rese possibili dagli sconvolgimenti climatici. In quelle acque Mosca - un tempo pericolosa solo per i suoi sottomarini sufficientemente avanzati tecnologicamente e armati di testate nucleari, però più strumento di deterrenza che presidio di potenza - gode il vantaggio di disporre di una delle flotte di rompighiaccio più potenti al mondo, con, tra questi, anche alcuni navi a energia nucleare come l’Arktika. Dalla fine della guerra fredda gli Stati Uniti hanno perseguito politiche globali differenziate: prima con Bill Clinton hanno tentato di creare un sistema liberale planetario che regolasse i contrasti attraverso organismi multilaterali, dopo con George W. Bush e l’attentato alle Torri gemelle di Manhattan Washington si è impegnata a costruire sistemi democratici nel mondo come premessa della restaurazione di un ordine liberale, poi con Barack Obama gli Stati Uniti si sono man mano ritarati contando su un rapporto con la Cina (la famosa fase “Chimerica” cioè China + America) che regolasse gli equilibri internazionali. Infine con la svolta egemonistica di Xi Jingping, il rilancio di un tardoimperialismo zarista da parte di Vladimir Putin e la costruzione di un sistema di dominio iraniano (Siria, Hezbollah, Hamas, Houthi, pasdaran in Irak) sul Medio Oriente, gli Stati Uniti si sono trovati senza una strategia e con il “luogo” della loro egemonia cioè l’Atlantico sempre meno centrale.