Centootto naufraghi che nessuno vuole. Centootto persone costrette ad aspettare sul ponte di una nave commerciale, in attesa, o meglio, nella speranza che almeno una delle autorità competenti conceda loro un porto di sbarco. Da quattro giorni, uomini, donne e bambini molto piccoli sono costretti a rimanere sul ponte della Maridive, nave di supporto alle piattaforme offshore adesso nel tratto di mare fra Tunisia e Lampedusa, mentre richieste e appelli del comandante, che ripetutamente ha chiesto istruzioni a Malta e Italia, cadono nel vuoto.
Cinque giorni fa, la sua Maridive ha soccorso trentaquattro persone, fra cui tre bambini, su un barchino malconcio, arrivato nei pressi della piattaforma e rimasto in avaria fra le onde che iniziavano a ingrossarsi. Alarm phone, la rete di attivisti che raccoglie e rilancia le richieste di aiuto che arrivano da chi tenta la traversata o dai parenti che attendono notizie su una delle due sponde del Mediterraneo, ha segnalato il caso. Sia alle autorità di La Valletta e Roma. Sia pubblicamente. Richieste di aiuto cadute nel vuoto.
“L’inerzia dei centri di coordinamento e soccorso competenti viola chiaramente la giurisprudenza consolidata delle corti e direttive e indicazioni degli organismi internazionali”, segnala Alarm phone. “Il diritto internazionale impone che vengano portati in un porto sicuro”, ricorda Sea Watch. Ma il tempo passa, il silenzio prosegue e una nuova barca, forse ancora più malconcia, incrocia la Maridive. È stracarica, a bordo ci sono una settantina di donne uomini e bambini molto piccoli, e durane il soccorso – pare – più di qualcosa va storto. Si parla di almeno due morti, se non di più, e numerosi feriti anche fra i minori. Ma nonostante questo, non viene predisposto nessun intervento.






