Una vita d’inferno, quella che stanno vivendo i marittimi italiani bloccati sulle navi nel Golfo Persico. Le provviste scarseggiano, anche l’acqua, c’è difficoltà ad approvvigionarsi nei porti super intasati da navi ferme. E poi ore e ore passate all’interno delle cabine o dei luoghi comuni di bordo: stare sui ponti può rivelarsi oltremodo pericoloso perché le schegge di razzi o droni abbattuti arrivano all’improvviso. È il quadro allarmante tracciato da un comandante italiano, Mirko Gitto, iscritto tra la Gente di mare della Capitaneria di porto di Augusta in Sicilia e imbarcato, fino a qualche giorno fa, su un rimorchiatore di una compagnia con sede in Qatar.

La scorsa settimana è riuscito a rientrare in Italia a causa di un problema fisico, dopo essere stato per oltre un mese proprio nell’area del Golfo Persico dove si sentono, eccome, gli effetti della guerra. «È stato un mese di stress costante, non ce la facevo più - ha detto - Non si sta parlando abbastanza delle condizioni degli equipaggi bloccati».

Nel Golfo Persico ad oggi sono più di mille le navi bloccate nei porti o nelle rade in attesa che la situazione si chiarisca. Anche se si tratta esclusivamente di navi commerciali, si arriva subito a 10-15 mila persone “prigioniere” di una guerra che non è la loro. Una situazione «di disagio assurdo che vive gente che vuole solo lavorare», come ha ricordato in più riprese il presidente mondiale degli armatori, Emanuele Grimaldi.