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Ultimo aggiornamento: 17:32
Il 27 dicembre mi sono svegliata con una notizia che mi ha tolto il respiro. Non so spiegare esattamente cosa provo: non è solo rabbia, non è solo paura, non è solo stanchezza. È lo shock di capire, ancora una volta, che non importa quanto tu provi a vivere normalmente, a studiare, lavorare, prendere parola, e men che meno che il genocidio è sotto agli occhi di tutti: per questo Stato resti sempre un corpo sospetto.
L’arresto di Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia, insieme ad altre otto persone palestinesi e di altre nazionalità arabe e di religione islamica per presunti finanziamenti ad Hamas, non è avvenuto in un giorno qualunque. Sono state eseguite all’alba, la mattina successiva alle festività natalizie. Il momento in cui tutti – noi compresi – abbassiamo le difese. Quando le reti di supporto sono più fragili, quando ci si illude, anche solo per pochi giorni, di poter respirare.
Non è un caso, a mio avviso. È una tecnica. Durante le festività natalizie gli studenti, che sono tra i principali soggetti della mobilitazione per la Palestina, tornano nelle loro città di origine. Le piazze si svuotano, le persone si disperdono, la capacità di risposta collettiva si indebolisce. È in questo contesto che la repressione colpisce più facilmente: quando siamo divisi.






