Se la serie A fosse un palcoscenico, saremmo nel pieno di una grandiosa (o tediosa, a seconda dei punti di vista) commedia all’italiana. Il copione è vecchio come il cucco: lo scaricabarile. Ma il cast, quest’anno, è d’eccezione. Da una parte c'è Antonio Conte, il melodrammatico che, con la gravitas di un attore shakespeariano, giura che «la struttura e lo status di Milan, Inter e Juventus sono impareggiabili». Curioso: quando era a Torino si lamentava dei ristoranti da 100 euro, quando era a Milano tuonava contro la scarsa statura societaria. Ora che è altrove, quelli sono diventati improvvisamente dei colossi irraggiungibili e il suo Napoli una piccola realtà di provincia. Dall’altra c’è Max Allegri, il canzonatore, che con quel sorrisetto livornese ci viene a raccontare che «sarà difficile entrare nelle prime 4», quando sa benissimo di avere una sola competizione. E infine, in mezzo, c’è Cristian Chivu, l’agnostico che fischietta, guarda altrove e dice di non voler entrare in questi discorsi. Uno provoca, l’altro scherza, l’altro si distrae. Il risultato? È il campionato del “ciapa no”, dove nessuno vuole assumersi la responsabilità dell’ambizione che invece, per via della quota scudetto più bassa del decennio, dovrebbe inebriare tutti.