Non ha smesso i panni del veggente di un futuro da incubo, George Orwell, eppure la sua, quella di 1984, non era previsione ma monito: «Non lasciate che succeda. Dipende da voi» disse a una conferenza stampa il 15 giugno 1949. Il giorno dopo ribadì privatamente i concetti: «Non credo che il tipo di società che descrivo debba necessariamente arrivare, ma sono convinto che qualcosa del genere potrebbe verificarsi». La storia è nota: in una Londra oppressa dal regime del Grande Fratello, Winston Smith tenta di sottrarsi al controllo del Partito, che manipola linguaggio, memoria e realtà. La sua breve ribellione politica e amorosa viene annientata, rivelando un sistema in cui il potere conquista l’ultima frontiera: pensiero e coscienza. Luca Fumagalli, studioso di autori del cattolicesimo britannico degli ultimi due secoli e un saggio sulla distopia all’attivo, traccia ora un profilo del romanziere inglese che con i suoi libri ha colonizzato il nostro immaginario, George Orwell.

L’arte di uno scrittore politico (Ares Edizioni 2025, pp. 208, euro 15, con una prefazione di Paolo Gulisano). Nell’agile volumetto, Fumagalli cerca di ristabilire i parametri per analizzare correttamente la sua figura e la progressione delle sue idee, che prendono corpo transitando dalla vita personale alla prosa. Un avanzamento organico e faticoso ottenuto grazie alle diverse prove di scrittura: dai saggi (Omaggio alla Catalogna e Nel ventre della balena, per esempio) ai romanzi considerati minori fino ai più celebri, La fattoria degli animali e 1984. Fumagalli lo segue con la precisione dell’esperto che non si concede digressioni sentimentali, ma si attacca ai fatti esaminando biografia e opere complete. Dai Collected Essays, Journalism and Letters trae la massima a cui si può a buon diritto conformare il credo di Orwell: «per scrivere in un linguaggio semplice e forte, bisogna pensare in modo intrepido, e se si pensa in modo intrepido non si potrà più essere politicamente ortodossi».