È già passato un un mese dalla Cop30 di Belém, l'ultima conferenza sul clima che si è tenuta in Brasile e l’acronimo Nbs – che sta per Nature based solutions – continua a dominare il dibattito. Ma al di là dell'hype suscitato dalla conferenza, cosa resta sul campo? Un buon proposito, ovvero evitare interventi umani invasivi mascherati da soluzioni climatiche, e investire invece sulle soluzioni basate sulla natura. Le idee non mancano, anche se al continuo sfoggio di progetti pilota corrisponde una cronica assenza di fondi. Secondo i calcoli dell’Unep (UN Environmental programme) per allinearsi agli obiettivi globali su clima, biodiversità e ripristino del territorio, servirebbero oltre 400 miliardi entro il 2030. In meno di 5 anni dovremmo quindi raddoppiare i finanziamenti annui. Non solo, c’è anche il problema di come distinguere progetti autentici e radicati nelle comunità locali, da iniziative che portano semplicemente l’etichetta “nature based” senza produrre benefici concreti. E quando li producono, è cruciale saper misurare anche i benefici meno evidenti o immediati. In entrambe le sfide, la tecnologia può giocare un ruolo da co-protagonista.Tecnologia e misurazione, oltre il carbonioChristine Dragisic, managing director for global policy della National Audubon Society, identifica così il nodo cruciale: “Sappiamo come misurare il carbonio, ma non sappiamo come valutare i benefici legati alla biodiversità. Ciò che cerchiamo di fare è costruire un sistema per farlo che non richieda uno scienziato sul campo tutto il tempo, perché non sempre è possibile averlo”. La soluzione che Audubon sta sviluppando combina monitoraggio satellitare con tecnologie acustiche innovative.Con il suo Bird Friendliness Index si misurano abbondanza, diversità e resilienza delle comunità di uccelli per rivelare la salute degli habitat e tracciare i benefici di biodiversità nel tempo. Applicato su milioni di ettari in molteplici paesi delle Americhe, lo strumento fornisce dati comparabili che permettono di distinguere progetti con impatti reali da quelli superficiali. La capacità di misurare benefici multipli su larga scala diventa essenziale per orientare i flussi finanziari verso interventi autentici, dimostrando che le soluzioni basate sulla natura possono generare valore simultaneamente per clima, ecosistemi e comunità.Il Brasile, tra agrobiodiversità e foreste familiariNel sud del Brasile, l’Alianza del Pastizal offre un esempio concreto di soluzione autentica. Pedro Develey, direttore esecutivo di Save Brasil, guida da vent’anni questo progetto che ha ricevuto 8 milioni di dollari e coinvolge oggi 422 allevatori nella protezione di oltre 200mila ettari di praterie native del bioma Pampa, un ecosistema condiviso con Uruguay, Argentina e Paraguay. “Non è un progetto di biodiversità tradizionale, ma un progetto di agrobiodiversità – chiarisce Develey – ovvero conservare per produrre e produrre per conservare”.Il modello permette agli allevatori di mantenere un’attività economica competitiva attraverso la produzione di carne da pascoli nativi, evitando la conversione a monocolture di soia. Anche in termini di biodiversità i risultati sono tangibili: 291 specie di uccelli conservate, tra cui almeno cinque minacciate a livello globale. “La densità dei pascoli nativi nel sistema rotazionale sequestra nel suolo più carbonio di quanto ne venga emesso dal bestiame: il bilancio è dunque carbon neutral”, aggiunge Develey. Il progetto include anche assistenza tecnica specializzata e accesso a crediti verdi attraverso una banca regionale di sviluppo.Nella Mata Atlântica del nordest del Brasile, negli stati di Pernambuco e Alagoas, Alice Reisfeld, direttrice Conservazione di Save Brasil, dirige un progetto diverso ma complementare con un budget di 100mila dollari l’anno. Lavorando con piccoli agricoltori familiari su appezzamenti spesso inferiori a un ettaro, Save Brasil implementa sistemi agroforestali disegnati per attirare uccelli e ripristinare habitat in uno dei biomi più degradati del Paese.“Assieme alle comunità locali, da zero disegniamo il modulo agroforestale e lo implementiamo, ciascuno sceglie quali colture coltivare”, spiega Reisfeld. Partito nel 2022 con due famiglie, oggi questo progetto ne coinvolge sette, di cui cinque beneficiano anche di un programma statale di pagamenti per servizi ecosistemici, ricevendo reddito per il mantenimento delle foreste.“Sembra un numero molto basso, ma l’impegno per ciascuna è grande, perché dobbiamo essere presenti in ogni fase”, precisa Reisfeld. L’elemento distintivo è il mutirão, il lavoro collettivo comunitario. Una parola, anzi una propensione che è risuonata parecchio durante i negoziati di Belém. Nella foresta atlantica brasiliana si vede questo concetto applicato nel quotidiano “invitando le famiglie del progetto a lavorare ogni giorno assieme e incentivandone altre”.La Nigeria ospita mangrovie resilienti che proteggono le costeAnche fuori dal Brasile, le soluzioni basate sulla natura fioriscono. In Nigeria, per esempio, lungo gli 852 chilometri di costa atlantica nigeriana, che ospita il più grande ecosistema di mangrovie d’Africa, Joseph Onoja della Nigeria Conservation Foundation (Ncf) affronta l’erosione costiera con un approccio basato sul ripristino naturale. “Se non degradate, queste piante sono la migliore soluzione per proteggere la costa e le comunità dalle erosioni – afferma Onoja –. Non solo le proteggono, ma forniscono anche habitat per la vita acquatica e servono come rifugio per gli uccelli migratori dell’Atlantico orientale".Il progetto coinvolge direttamente circa 700 persone, con un impatto indiretto su oltre 5.000 abitanti. Dove le mangrovie sono già degradate, la Ncf adotta una soluzione ibrida: “Mettiamo infrastrutture ingegneristiche per proteggere le mangrovie mentre crescono. Quando le mangrovie crescono, assumono il loro ruolo nell’ecosistema”, precisa Onoja. Questo approccio crea anche lavori verdi per i locali: “Quando ripristiniamo le mangrovie, paghiamo le persone per piantarle, farle crescere e prendersene cura. Sono tutte attività che aiutano la comunità a prosperare”.Da Panama agli USA (passando per 9 paesi), le altre forme di Nature based solutionsLe mangrovie sono protagoniste di un progetto da 2,3 milioni di dollari anche a Panama, che dimostra come ecosistemi costieri possano servire simultaneamente città e natura. Nato dalla collaborazione tra Audubon, la Banca interamericana di sviluppo e la Panama Audubon society, il Panama blue ​natural heritage dimostra come “le mangrovie siano utili sia per lo stoccaggio di carbonio, sia stabilizzare le coste contro tempeste e innalzamento del livello del mare con le loro radici – spiega Dragisic – e regalano grandi benefici anche ai pescatori e all’economia locale”.Negli Stati Uniti d'America, sempre Audubon, ha lanciato il programma Conservation Ranching e lo ha fatto da subito su larga scala. Per ora conta 130 ranch certificati in 15 stati, coprendo oltre 1,2 milioni di ettari, con 12 milioni di dollari di finanziamenti pubblici e prodotti in vendita in 48 stati. “Il nostro obiettivo è conservare i pascoli nativi, preziosi per i crediti di carbonio a lungo termine e, allo stesso tempo, tra i migliori habitat per gli uccelli – sottolinea Dragisic –. Stiamo registrando benefici sia economici, sia climatici e di biodiversità".Dal Messico in giù, c’è poi il programma Conserva Aves, ancora più esteso e ambizioso. In questo caso Audubon e i suoi partner operano su 168 aree protette in creazione o espansione, coprendo 2,7 milioni di ettari in nove paesi latinoamericani, lavorando con comunità locali e popolazioni indigene attraverso piani quinquennali che includono assistenza tecnica e strategie di finanziamento a lungo termine.Tra assonanze e unicità, questa rete di progetti concreti rivela che la ricetta per soluzioni basate sulla natura autentiche esiste già. Reisfeld la sintetizza così: “Coinvolgimento comunitario reale, assistenza tecnica continua, monitoraggio rigoroso e benefici tangibili equamente distribuiti. Tutto deve essere fatto con e per le persone”. La formula c'è, i casi di successo anche, ora abbiamo meno di 12 mesi per renderli riconoscibili e – soprattutto – finanziarli, per evitare che alla prossima conferenza sul clima (Cop31) le Nature based solutions spariscano perfino dai dibattiti.