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27 DICEMBRE 2025
Ultimo aggiornamento: 7:30
In una delle tante riforme del sistema universitario fu fatto valere un principio ancora in vigore. Prima di quella riforma la “mortalità studentesca” era molto alta. Molti abbandonavano gli studi universitari senza ottenere il titolo, figurando nelle statistiche dei “morti”. Quando ho seguito i corsi di scienze biologiche, nel triassico inferiore, in aula eravamo centinaia al primo anno, ma i numeri si dimezzavano ad ogni anno di corso. Molti abbandonavano, e molti non riuscivano a star dietro al ritmo e andavano fuori corso, mettendoci anche dieci anni per laurearsi.
A un certo punto, il ministro/a dell’Università fece un ragionamento aziendalistico: se una fabbrica lavora 100 pezzi e ne produce 20… allora funziona male. Se 100 ne entrano, 100 ne devono uscire, e nel tempo richiesto. In effetti la scuola pre-universitaria funzionava proprio così, e ancora lo fa. Ai famosi “miei tempi” ancora si rimandava e si bocciava (io sono stato bocciato due volte, al liceo) ma oggi si tende a non farlo più: tutti completano gli studi nei tempi giusti. E così dovrebbe essere anche all’università, in teoria. Se uno studente ha una vocazione, di solito è così. A me, ad esempio, piacevano gli animali e il sistema scolastico non riuscì ad eradicare la biofilia che caratterizza i giovani umani in età pre-scolare. Iscritto a scienze biologiche, trovai finalmente soddisfazione. Con due scogli iniziali: matematica e fisica.







