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Ultimo aggiornamento: 7:40
di Giuseppe Pignataro
La graduatoria nazionale pubblicata l’8 gennaio, dopo il primo ‘semestre aperto’ per Medicina, è un test non solo per gli studenti: è un test per lo Stato. I numeri parlano senza retorica: 54.313 iscritti iniziali; 22.688 studenti risultati idonei; 17.278 posti disponibili. Tradotto: 5.410 idonei restano senza posto e 31.625 non risultano idonei. Chi pensava che il ‘numero chiuso’ fosse evaporato scopre che la programmazione non è un capriccio: è il nome burocratico di un vincolo materiale. In corsia non si entra in sovrannumero: servono reparti, tutor, tirocini e tempo di supervisione.
L’idea del semestre aperto, sulla carta, aveva un’ambizione condivisibile: sostituire la lotteria di un test secco con un percorso di studio comune. Tre insegnamenti (Biologia, Chimica e propedeutica biochimica, Fisica), prove uniformi nazionali, due appelli. In teoria: meno ansia da quiz, più apprendimento. In pratica, l’esperimento ha mostrato fragilità strutturali che meritano un bilancio pubblico serio. Ma le istituzioni non si giudicano per le intenzioni: si giudicano per la qualità della loro ingegneria, per la coerenza delle regole e per l’equità delle condizioni iniziali. Qui le crepe sono almeno quattro.









