La decisione degli Stati Uniti di negare il visto d’ingresso a cinque cittadini europei, tra cui l’ex commissario al Mercato interno Thierry Breton, apre un nuovo fronte di tensione tra Washington e Bruxelles sul terreno della regolazione digitale. Una mossa che l’Unione europea legge come un atto politico e che ha innescato una reazione compatta delle istituzioni Ue e di alcune capitali, a cominciare da Parigi.
Secondo la versione americana, il provvedimento sarebbe legato al ruolo svolto dai funzionari europei — e in particolare da Breton — nella definizione e nell’applicazione delle norme Ue sui servizi digitali. Norme che Washington considera una forma di pressione indebita sulle grandi piattaforme tecnologiche statunitensi, accusate dall’Europa di non contrastare a sufficienza contenuti illegali, disinformazione e abusi online. Da qui l’accusa, respinta da Bruxelles, di una presunta «censura» esercitata oltre i confini europei.
Thierry Breton è stato uno degli artefici del Digital Services Act, la legge che impone ai grandi operatori digitali obblighi più stringenti su trasparenza, moderazione dei contenuti e responsabilità. Una normativa che l’Ue rivendica come pienamente democratica, adottata da Parlamento e Consiglio, valida esclusivamente nello spazio europeo e priva di effetti extraterritoriali.











