Chi ha paura della famiglia nel bosco? A chi hanno fatto del male quel padre, quella madre, quei bambini? La loro esistenza è un pericolo per qualcuno? Siamo di fronte a un soggetto pulsante, inerme, che sognava una vita in comunione con la natura e ora si ritrova scaraventato al centro di una tempesta organizzata da squadroni di magistrati, psicologi, esperti di varie discipline a cui manca il dono dell’umana comprensione e la grazia dell’amore.
La famiglia, il bosco, l’infanzia, sono diventati gli elementi di un problema trattato come un piano eversivo, una ribellione che va spezzata, un’utopia che va schiacciata. Il tribunale ha deciso che servono altri esami, pareri, osservazioni, monitoraggi, indagini psicologiche, vediamo se sono sani di mente. E allora così sia, prepariamo tutti per il manicomio, vostro onore, perché nessuno tra noi è «sano», siamo tutti colmi di paure, delusioni, dolori, lutti, gioie, infinite passioni, coltiviamo sogni, molti restano nel cassetto. Quando ero bambino, passando sulla via del paese, rientrando a casa, incontravo un pittore che esponeva i quadri fuori dalla sua abitazione, a Cabras, stava seduto su uno scannetto sardo con il fondo impagliato a mano, molti pensavano che fosse uno svitato, non ho mai dimenticato i suoi occhi che emanavano gentilezza, era un eccezionale artista, Giuseppe Ventimiglia.






