In un mercato costantemente stimolato da innovazione e tecnologia, le piccole e medie imprese italiane non riescono a tenere il ritmo e la trasformazione digitale continua a procedere a rilento.
Non è allarmismo ma un dato di fatto, facilmente riscontrabile nella realtà (e nei numeri): «Tutti gli indicatori convergono nel dimostrare, nero su bianco, una certa arretratezza delle Pmi in fatto di digitalizzazione», spiega Lorenzo Tavazzi, senior partner e responsabile dell’area scenari e intelligence di The European House Ambrosetti. «Da un lato, rispetto alle grandi imprese si nota un divario dimensionale marcato. Dall’altro, nel confronto con le realtà imprenditoriali europee, il ritardo è ancor più evidente: secondo il Digital intensity index di Eurostat, infatti, in Italia solo una Pmi su cinque vanta un livello alto di digitalizzazione».
A mancare, insomma, non sono le soluzioni digitali di base ma l’integrazione di una strategia tecnologica strutturata all’interno della strategia di business. «Nel periodo del Covid il sistema imprese in generale e, nello specifico, quello delle Pmi hanno fatto piccoli passi in avanti, anche grazie a investimenti significativi», aggiunge Tavazzi. «Eppure non basta, perché spesso le risorse non sono usate a pieno potenziale. E questo fa sì che non restituiscano il risultato atteso».








