Sgombrate le macerie e i rottami dell’attentato del 23 dicembre, e data sepoltura ai corpi delle vittime (ma non, di certo, dissipato l’orrore di questo nuovo eccidio), due considerazioni - tra le tante, spesso confuse, fatte nel primo, giustificato, tumulto di idee e sentimenti - si dimostrano, a mente fredda, le più fondate. E cioè che da questo tipo di azioni terroristiche è molto difficile, per non dire impossibile, difendersi; e che questi atti, al di là dei morti e delle rovine, non producono, di fatto, alcun risultato.

Il terrorismo e le persone

di Michele Serra

La difficoltà, anzi la quasi impossibilità, di mettersi al riparo da iniziative terroristiche è direttamente connessa alla qualità della società moderna. «Qualità» di cui fa parte la scomparsa di ogni principio interno di autorità, il dissiparsi di quell’indeterminato, ma profondo, timore, che, per secoli (anzi per millenni), ha reso relativamente sicure le strade più abbandonate, ed ha protetto i casolari più isolati: perché gli uomini sentivano che, dietro alla sempre lacunosa ed imperfetta giustizia umana, esisteva una giustizia divina, a cui «non si poteva sfuggire».

Contemporaneamente alla scomparsa del principio di autorità, si manifesta nella società un’infinita complessità di strutture, e un continuo, inarrestabile, movimento di tutto e di tutti: fenomeni che, congiungendosi, producono una totale vulnerabilità dell’organizzazione collettiva, e quindi la sua incapacità di proteggersi dalle ferite che possono esserle inferte da chi, mischiato nella folla, sconosciuto tra una massa di sconosciuti, decide di lasciare sulla retina di un treno, o in una sala cinematografica, o in un qualsiasi altro luogo pubblico, un pacchetto di modeste proporzioni: che tuttavia, grazie al «progresso scientifico», contiene una bomba in grado di uccidere decine o centinaia di persone.