Ore 16.30: è l’esatto momento in cui gli annunci della vigilia diventano cruda realtà. I passamontagna si alzano a coprire il volto, in mano bottiglie di vetro, sassi e qualsiasi cosa si riesca ad arraffare da terra. Il blocco nero avanza su corso Regina Margherita: vuole raggiungere il civico 47, sede del fu covo rosso sgomberato e chiuso giovedì all’alba. La polizia è schierata all’altezza dell’angolo con via Vanchiglia. È qui che si scatena l’inferno.

Gli idranti, dalla camionetta blu, sparano acqua ancor prima che il corteo arrivi a contatto col cordone. E gli antagonisti si lanciano all’assalto degli agenti dietro lo striscione che recita “Torino partigiana que viva Askatasuna”. I manganelli vibrano. Da dietro volano pietre, petardi e fumogeni e si agitano le aste delle bandiere: ci sono quelle dei No Tav, la madre di tutte le guerriglie, quelle della Palestina, quelle rosse con la stella di Autonomia Contropotere. I poliziotti rispondono coi lacrimogeni.

«Torino domani sarà bellissima», aveva detto venerdì il vicecapogruppo di Alleanza Verdi Sinistra alla Camera, Marco Grimaldi. Mai previsione fu azzeccata. Cassonetti sdraiati in mezzo alla strada e dati alle fiamme. Fuochi d’artificio sparati ad altezza celerino. Cartelli stradali sradicati e usati come arieti. Monopattini dello sharing accatastati a creare barricate. Incendi appiccati persino nelle campane gialle coi vestiti destinati ai poveri. «È ancora lunga, non ce ne andremo dal quartiere», arringa un manifestante in testa al corteo. Probabilmente voleva rendere Torino ancora più bella.