Nel centro di Torino, trasformato dalla protesta per lo sgombero del centro sociale Askatasuna in una zona attraversabile solo a colpi di slogan e bandiere rosse, quando sono comparsi i volti coperti dai passamontagna e le prime file sono arrivate a contatto con la polizia, è scoppiata la guerriglia. Cassonetti in fiamme, lancio di sassi e di fuochi d’artificio contro i reparti mobili. La risposta dello Stato: cariche, idranti e lacrimogeni. Quasi un’ora di battaglia in corso Regina Margherita, all’angolo con via Vanchiglia. Città paralizzata, piazza Vittorio e ponti blindati, agenti colpiti mentre tenevano la linea: in nove, colpiti con oggetti contundenti, sono rimasti feriti. Pochi istanti prima, dal corteo pro Askatasuna, annunciato, atteso e temuto, quello che avanzava come un lungo serpentone di famiglie, studenti e volti noti del centro sociale, proprio come era stato previsto, è emersa la falange di facinorosi.

I 90 miliardi di prestito, anzi, di regalo all’Ucraina, poiché sono soldi che non rivedremo mai, rappresentano il prezzo da pagare per aver schivato la masochistica confisca degli asset russi congelati. La cupio dissolvi dell’Europa è una patologia talmente avanzata, da richiedere cure costosissime: 220 euro a testa, compresi i 3 miliardi di euro l’anno di interessi sulle obbligazioni emesse per finanziare Kiev, che inizieranno a gravare sul bilancio dell’Unione dal 2028. Il tutto, infrangendo un tabù - quello del debito comune - che era rimasto intangibile persino di fronte alle esigenze di finanziamento della sanità, delle pensioni e del welfare nel Vecchio continente. Il tutto, al solo scopo di tenere in piedi una nazione che ha perso la guerra e che, comunque, non ha risolto il problema del suo fabbisogno di cassa: nel 2026 le serviranno 71 miliardi, noi gliene garantiamo 45, ossia la metà della somma biennale stanziata dal Consiglio nella notte tra giovedì e venerdì. Volodymyr Zelensky, ieri, è stato chiaro: il denaro sarà restituito «solo se la Russia pagherà le riparazioni necessarie». A Roma direbbero: ciao, core…