Sono parole di buon senso quelle di Luigi Zanda, autore di una lettera pubblicata ieri da Repubblica nella rubrica di Francesco Merlo. L’ex senatore, padre storico del Partito Democratico, ha spiegato perché, al contrario di altri componenti, non avrebbe rassegnato le dimissioni dal Consiglio scientifico della rivista Limes accusata di non avere una linea univocamente orientata sulla questione ucraina. Egli ha sottolineato quella che, in un paese e in un momento «normale», dovrebbe essere una ovvietà: «Senza la presenza di tante opinioni, anche di quelle più lontane dalla mia, Limes perderebbe il suo carattere e servirebbe a ben poco, anzi non servirebbe a nulla».
Che è poi la differenza fra una rivista militante e una di cultura, una che si propone di indottrinare e un’altra che invece vuole dare strumenti per capire. E comprendere un mondo sempre più complesso e in transizione quale è il nostro, in cui il vecchio ordine è caduto e il nuovo stenta a nascere, dovrebbe essere il primo obiettivo non solo degli uomini di cultura ma anche di chi ha responsabilità politiche.
Nessun uomo libero può accettare una palese violazione del diritto internazionale quale è stata l’invasione russa dell’Ucraina. Così come nessun cristiano o persona di buona volontà può non adoperarsi con tutto sé stesso per augurarsi e favorire la pace, cioè per contrastare la morte di tanti innocenti. Ma è proprio per raggiungere questi obiettivi che è necessario capire, comprendere, discernere, analizzare. Che è quello che aiuta a fare Limes, a volte anche ospitando interventi quanto meno discutibili. Ma, se non c’è confronto, non solo una vera comprensione non c’è, ma a languire è proprio la verità. Ne usciamo sconfitti tutti. Ne esce sconfitta soprattutto la democrazia, che è il nostro bene più prezioso ed è ciò che ci distingue dalle autarchie.






