Chi contesta la riforma della giustizia e sostiene che la separazione delle carriere sia una mossa del governo per punire i magistrati o addirittura per «sottomettere i pm al potere esecutivo», dovrebbe chiedersi perché ci sono così tante toghe a favore del sì. Fra i 33 soci fondatori del maxi-comitato “Si Riforma” non c’è infatti solo Alessandro Sallusti, autore del “Sistema” e Lobby & Logge e oggi in teatro con il monologo “Pregiudicato”. Né soltanto Nicolò Zanon, già vicepresidente della Corte costituzionale e docente di Diritto costituzionale.
C’è Luigi Salvato, procuratore generale emerito della Corte di Cassazione, in magistratura dal 1980, membro di numerose commissioni ministeriali di studio su problemi ordinamentali della giustizia e già segretario generale del Csm. C’è Giacomo Rocchi, che è stato procuratore a Siracusa, giudice al tribunale di Firenze ed è presidente di sezione penale della Corte di Cassazione. C’è Alfonso D’Avino, attuale capo della procura di Parma dopo avere lavorato in quella di Napoli, di cui è stato anche procuratore aggiunto con una vasta esperienza da titolare di inchieste sulla camorra e sui reati di corruzione. Tra i fondatori di “Si riforma” c’è un altro procuratore in servizio: Giuseppe Capoccia, esperto di indagini sui crimini commessi dalla Sacra Corona unita, applicato alla Dia, con un passaggio da direttore dell’Ufficio Studi al ministero della Giustizia, prima di tornare al sud, dalla Calabria a Lecce.






