In accordo con l’autrice pubblichiamo ampi stralci della prefazione del volume "Magistrati per il Sì", a cura di Isabella Bertolini, Consigliere laico del Consiglio Superiore della Magistratura

La riforma non nasce contro qualcuno, ma per qualcosa: per la terzietà del giudice, la chiarezza dei ruoli, la credibilità del sistema. Per l’idea, profondamente costituzionale, che l’equilibrio tra i poteri (...) non sia una concessione, ma una garanzia. Separare le carriere non significa indebolire la magistratura. Significa riconoscere la diversità delle funzioni, rendere coerente l’assetto ordinamentale con un processo di impianto accusatorio. Significa dare piena attuazione all’articolo 111 della Costituzione, che non è uno slogan, ma un presidio di civiltà giuridica. (...) In una democrazia matura non è sufficiente che il giudice sia imparziale, è necessario che appaia tale. La percezione di terzietà, soprattutto per chi subisce il processo, è parte integrante della sua legittimazione. E su questo terreno la separazione delle carriere non sottrae autorevolezza, ma la rafforza.

Allo stesso modo, affrontare il tema del degenerato correntismo e della composizione degli organi di autogoverno non equivale a negare il pluralismo culturale interno alla magistratura. Significa, piuttosto, prendere atto delle degenerazioni che hanno inciso sulla sua immagine pubblica e interrogarsi, senza ipocrisie, su strumenti idonei a restituire indipendenza non solo esterna, ma anche interna. Il sorteggio (...) più che una soluzione salvifica, rappresenta una risposta pragmatica a una crisi di credibilità che ha radici profonde. Non una mortificazione della magistratura, ma una possibile occasione di rigenerazione, capace di liberare energie professionali spesso rimaste silenziose proprio per sottrarsi a logiche di appartenenza. Questo volume non promette soluzioni miracolose. Nessuna riforma costituzionale lo fa. Ma indica una direzione. E lo fa con un tono che considero particolarmente significativo: misurato, argomentato, privo di demonizzazioni. (...) La riforma scioglie nodi ordinamentali che, se lasciati irrisolti, continuano ad alimentare ambiguità, sospetti e sfiducia. È un atto di chiarezza prima ancora che di efficienza.