Uno delle novità più evidenti del teatro nel XXI secolo è la frequenza crescente con la quale fa ricorso a non attori, che per altro non sono quasi mai dilettanti o amatori nel senso tradizionale dei termini. In particolare, sul versante del cosiddetto “teatro della realtà”, si verifica il ricorso sistematico a quello che possiamo chiamare l’attore testimone.

Si tratta di un non professionista che va in scena (di solito accanto a professionisti) per interpretare se stesso e raccontare la storia reale, piccola o grande, quasi sempre di violenza, sopraffazione, ingiustizia, di cui è stato protagonista, vittima o testimone appunto.

Penso, ad esempio, ai non attori del regista svizzero Milo Rau, che nei suoi spettacoli “riattiva” creativamente episodi della storia europea o mondiale recente: dagli eccidi in Rwanda o in Congo al processo moscovita contro le attiviste Pussy Riot, al processo farsa dei coniugi Ceacescu in Romania, ecc.

O ai non attori di Lola Arias, regista e attrice argentina, ormai di casa in Europa e vera e propria capofila dell’operazione che viene chiamata re-enacting life, la quale in Atlas des Kommunismus (2016), ad esempio, ha ricostruito la storia della DDR dal dopoguerra a oggi, portando in scena donne di diverse generazioni che l’hanno vissuta in momenti, ruoli e a livelli differenti. E ancora: il collettivo tedesco Rimini Protokoll e uno dei loro registi, Stefan Kaegi, che in Granma-Metales de Cuba (2019) ha raccontato la rivoluzione cubana, e il suo “tradimento”, con le voci e i corpi di persone di diverse generazioni (ma appartenenti a pochi gruppi familiari) che l’hanno combattuta, difesa, subìta, criticata, superata.