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Ultimo aggiornamento: 7:40
Al Novecento teatrale sono state assegnate varie definizioni, con l’intento di coglierne le novità più importanti. Una delle più pertinenti è sicuramente “l’età degli esercizi”.
In effetti, perché si affermi l’idea della necessità per l’attore di un costante lavoro fisico e psicofisico, svincolato da quello per lo spettacolo (ciò che verrà chiamato in seguito allenamento o training), bisogna aspettare proprio gli inizi del secolo scorso. Fu allora che, grazie all’avvento dei registi, si manifestò una vasta reazione verso i conservatorii e le vecchie scuole ottocentesche.
Il capofila di questa reazione, il primo ad aprire uno Studio per attori (a Mosca nel 1911), fu Stanislavskij, attore lui stesso, regista e pedagogo. Quanto questa battaglia fosse difficile, dal momento che si trattava di sradicale abitudini secolari, il maestro russo lo spiega nell’ultimo capitolo della sua autobiografia, La mia vita nell’arte, uscita nel 1924: “La vecchissima idea che all’attore servono solamente talento e ispirazione è abbastanza diffusa anche oggi. […] Al contrario, più un artista è grande, più si interessa alla tecnica della sua arte. […] Solo i mediocri si vantano della loro familiarità con Apollo, del loro istinto infallibile e si mettono a cercare l’ispirazione nell’alcool o nelle droghe, rovinandosi precocemente il carattere e il talento” (ed. italiana a cura di Fausto Malcovati, La Casa Usher, 2009).







