A Porta Susa, davanti alla lapide della piazza quasi all’angolo con via Cernaia, oggi si ricordano le vittime della strage di Torino perpetrata fra il 18 e il 20 dicembre del 1922 dalle squadracce fasciste, decise a piegare a ogni costo il movimento operaio cittadino avverso al regime di Mussolini. Il pretesto per la rappresaglia omicida fu uno scontro a fuoco avvenuto la sera del 17 in Barriera di Nizza tra un militante del Pci, il tranviere Francesco Prato, e un gruppo di fascisti, durante il quale morirono due camicie nere.
“Con la strage del 1922 i fascisti colpirono lo Stato liberale al cuore”
Bruno Quaranta
In realtà, come sarebbe poi stato ampiamente dimostrato, il fascismo torinese aveva in animo da tempo di stroncare l’opposizione di sinistra. I fatti della Barriera di Nizza, se non proprio provocati ad arte, innescarono comunque una miccia già preparata. I caduti ufficialmente furono undici, ma gli stessi caporioni neri ammisero allora che i morti erano stati più di venti, forse trenta: socialisti, comunisti, anarchici, sindacalisti, ma pure cittadini che non avevano niente a che fare con l’attività politica o sindacale, trucidati soltanto perché qualcuno li aveva indicati come sovversivi. Morirono, tra i tanti, il segretario della Fiom Pietro Ferrero, il segretario del sindacato ferrovieri Carlo Berruti, il fattorino simpatizzante comunista Matteo Chiolero, l’ex brigadiere dei carabinieri Angelo Quintagliè (colpevole di avere deplorato l’uccisione di Berruti), l’oste Leone Mazzola (non faceva politica, ma un anonimo, però, lo aveva bollato come acceso comunista). Oggi si ricorda anche che fu incendiata la Camera del Lavoro e che, oltre ai morti, si contarono decine di feriti. Tuttavia la memoria non è sempre stata onorata. Anzi, in un’occasione, è stata calpestata. E la giustizia, almeno in quel caso, fu farsa atroce dopo il dramma.









