Se l’Europa fosse quella che raccontano gli europeisti, non esisterebbe; i suoi confini e orizzonti sono per fortuna più ampi. Tramontati gli statisti, l’Europa è stata sfigurata dall’ascesa dei burocrati e degli economisti al vertice della macchina politica di Bruxelles. Se tutto è ridotto a calcolo economico, parametro, procedura, il primo elemento che scompare è la storia, la cultura, fino all’eclisse del buon senso. Pensare di poter cambiare a tavolino i cicli industriali, immaginare di sostituire l’imprenditore con il funzionario brussellese, mettere nero su bianco un diktat che impone di comprare l’automobile senza poter scegliere come spendere i propri soldi, è una stupidaggine che poteva venire in mente solo a una classe dirigente che non ha mai avuto il problema di comprare l’auto a rate e far quadrare i conti in famiglia.

Il Green Deal è un fallimento ideologico dei nipotini dell’utopia comunista e degli economisti che hanno pensato di poter cambiare l’intero sistema di produzione dalle fondamenta, dall’energia che alimenta i motori. La retromarcia europea sull’auto elettrica è la vendetta della storia, delle persone che non si possono ridurre a consumatori senza idee, pronti a seguire le allucinazioni di una classe di politici che ha scambiato Greta Thunberg per Karl Marx. Il filosofo francese Jean-Claude Michéa quando scoppiò in Francia la rivolta dei gilet gialli per le norme punitive sulle auto a gasolio (quelle che usano i poveri, i dimenticati di questa pazza rivoluzione che è giunta al capolinea), trovò una formula geniale per descrivere la sinistra autoscarrozzata in Tesla (prima che Musk diventasse per il salotto radical chic l’abominevole uomo del trumpismo): la “gauche kérosène”, il carburante degli aerei che nel fine settimana trasportano la solita compagnia di giro ecologista nei soliti resort dove il solito progresso incontra il solito Mojito a bordo piscina. Tutti insieme, nello stesso posto, bruciando idrocarburi, il club in prima classe del petrolio. Sono arrivate al capolinea le idee degli economisti – che si servono del burocrate per trasformare le loro teorie in armi di distruzione di massa - che per un ciclo durato più di 30 anni sono stati scambiati per degli statisti. S’è fermata la locomotiva tedesca, crescita zero, 3 milioni di disoccupati, la faglia politica aperta dall’AfD ha riprodotto le “due Germanie”, Est e Ovest, e i cervelli fini delle lezioni di rigore da Berlino ora tacciono, il presidente della Confindustria tedesca, Peter Leibinger, l’ha messa giù piatta: «Il Paese rischia una deindustrializzazione irreversibile.