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Sylvain Tesson ha seguito i sentieri disperati di chi cercava la libertà
Una lunghissima corsa verso sud... Una fuga à marche forcée verso una libertà improbabile e una probabilissima morte. Che però è meglio del gulag. È quella che ad esempio ha compiuto Slavomir Rawicz. Rawicz era un ufficiale polacco che durante la Seconda guerra mondiale venne preso prigioniero e consegnato alla Nkvd, la temutissima polizia politica staliniana. Venne deportato prima in treno e poi, con una terrificante marcia nella taiga, in un campo di prigionia situato a trecento chilometri dal Circolo polare artico siberiano. È un inferno in cui si può solo morire.
A meno di tentare l'impossibile. Nell'aprile del 1941, sei mesi dopo essere stato incarcerato, Rawicz fugge anche se è pieno inverno, assieme a sei compagni di prigionia: altri due sono polacchi, un lettone, un lituano, uno jugoslavo e un americano.






