La testa di Athena arriva in una cassa da trasporto, quella che l’ha riportata da New York a Taranto dopo aver attraversato l’Atlantico per l’ennesima volta. Stavolta il viaggio è diverso: è un ritorno, anche se nessuno sa con certezza da dove quella statua monumentale del III-II secolo avanti Cristo sia partita davvero. Forse da un santuario della Magna Grecia, forse da una città costiera dove la dea guerriera vegliava come protettrice. Di sicuro c’è che a un certo punto, probabilmente negli anni Ottanta o Novanta del secolo scorso, qualcuno l’ha estratta dalla terra con un piccone e l’ha venduta. Di lì è cominciato il suo peregrinare nel mercato clandestino sino ad approdare nelle sale del Metropolitan Museum a New York. Qui è rimasta esposta come un trofeo della civiltà classica, prima che i carabinieri del nucleo Tutela patrimonio culturale (Tpc) bussassero alla porta.

La mostra aperta ieri al MarTa di Taranto si intitola “Memorie trafugate”. Venti reperti di ritorno dall’America: tutti legati alla figura di Robin Symes, antiquario britannico che per decenni ha alimentato il mercato internazionale di oggetti rubati. Symes, morto nel 2023, è stato uno dei più grandi trafficanti.

La sua società, la Symes Ltd, era una sorta di lavatrice dove gli oggetti dismettevano la loro storia illegale e acquisivano una patina di rispettabilità. I tombaroli scavavano le tombe etrusche e romane, i ricettatori realizzavano false documentazioni e Symes vendeva tutto ai più grandi musei del mondo, secondo un meccanismo rodato. Gli scavi clandestini in Puglia, Campania, Sicilia producevano un flusso continuo di reperti che sparivano dalla terra italiana per riapparire, ripuliti e restaurati, nelle gallerie straniere. Symes aveva nascosto la sua collezione in 29 depositi fra Londra, New York e la Svizzera, un impero sotterraneo di antichità rubate che è venuto alla luce soltanto nel 2005.