La guardia di finanza aveva trovato quegli antichi reperti a casa di un facoltoso collezionista torinese, nel lontano 1991: in tutto erano 254 opere sottratte dai “tombaroli” nelle necropoli etrusche in Sicilia e in altre zone del Sud Italia. Da lì è partita un’inchiesta penale per ricettazione ma soprattutto una trattativa per recuperare quel patrimonio inestimabile, che per legge deve essere restituito allo Stato. Ci sono voluti 34 anni ma stamattina, a Palazzo Chiablese a Torino, si è tenuta la cerimonia di restituzione dei reperti: “Si tratta di un eccezionale risultato frutto della collaborazione del privato e della sinergia tra le istituzioni coinvolte, cioè carabinieri del Tutela patrimonio culturale, Soprintendenza archeologica di Torino, Avvocatura distrettuale dello Stato e tribunale di Torino” hanno detto il sovrintendente Corrado Azzollini e il tenente colonnello Giuseppe Marseglia.

I reperti erano stati sequestrati nel 1991 nell’ambito di una più ampia indagine sugli scavi clandestini in Toscana. L’inchiesta si è chiusa poco dopo con l’estinzione del reato a causa della morte del collezionista. E i reperti sono rimasti in casa sua per tutti questi anni, visto che la famiglia era stata nominata custode giudiziario. Fino al 2024, quando gli eredi hanno contattato la Soprintendenza, i carabinieri e l’Avvocatura dello Stato. È subito partita la trattativa tra gli enti coinvolti e i privati, che ha portato alla soluzione forse più semplice ma meno scontata: gli eredi, infatti, hanno deciso di consegnare spontaneamente allo Stato i reperti detenuti, senza pretendere nulla e rinunciando a qualunque futura azione giudiziaria di rivendica. Anche perché non potevano provarne la lecita provenienza prima del 1909, anno della prima legge italiana in materia di tutela del patrimonio archeologico.