“Sento il bisogno primario di ringraziare la mia famiglia”. All’indomani della decisione della Corte d’Appello di Torino che ne ha disposto la liberazione dal CPR di Caltanissetta, l’imam Mohamed Shahin affida a una nota le sue prime parole pubbliche. Di segno opposto la reazione del Viminale: “Ci amareggia perché vanifica il lavoro delle forze di polizia”, commenta il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, annunciando che il governo “farà valere le proprie ragioni” nelle prossime fasi.
Le parole dell’imam Mohamed Shahin dopo la liberazione
“Sento il bisogno primario di ringraziare la mia famiglia, che è stata la mia roccia e la mia forza in ogni singolo momento”. Parla l’Imam Mohamed Shahin il giorno dopo la decisione della Corte d’Appello di liberarlo dal Centro di rimpatrio di Caltanissetta dove era detenuto dal 24 novembre. Parole di gratitudine e sobrietà quelle con cui l’Imam rompe il silenzio dopo la liberazione, affidando a una nota il racconto di un periodo che definisce “tra i più difficili della sua vita”.
Il suo pensiero va anche a quanti gli sono stati vicini durante la detenzione: “C’è chi lo ha fatto con la preghiera e a chi ha sostenuto i miei cari con la propria presenza fisica e il proprio conforto”. Una vicinanza che, sottolinea, non è passata inosservata e che gli ha dato “la speranza necessaria per affrontare i giorni più bui”.Un ringraziamento speciale è riservato ai suoi avvocati Gianluca Vitale e Fairus Ahmed Jama. «Ho visto l’impegno, la dedizione e il lavoro incessante che hanno svolto per la mia causa, lottando senza sosta affinché i miei diritti venissero tutelati», afferma Shahin, esprimendo nei loro confronti una «profonda stima professionale e umana».Nel ripercorrere quanto vissuto, l’Imam parla senza retorica di giorni segnati dal confronto con una realtà mai conosciuta prima. Il riferimento è al CPR, un contesto duro che, nonostante tutto, gli ha permesso di incontrare molte persone e storie diverse: un’esperienza che, racconta, lo ha profondamente segnato e che porterà con sé per sempre.Consapevole che la liberazione rappresenta solo una prima tappa, Shahin guarda ora a un cammino che sa essere «lungo e tortuoso».












