Quando dal palco partono i fischi per Jeannette Jara, José Antonio Kast li taglia di netto con un «Respect». Poi aggancia quella scena - un pubblico che chiede un colpevole, una vittoria che pretende vendetta - al cuore della sua promessa politica: «Senza sicurezza non c’è pace. Senza pace non c’è democrazia e senza democrazia non c’è libertà».

È il filo conduttore della sua terza corsa presidenziale e della notte - quella del 14 dicembre - che lo consegna alla storia: con il 58,16% delle preferenze, Kast è il nuovo presidente del Cile.

Record di voti e margine largo

Il neo-presidente totalizza 7.251.308 di voti, quasi il doppio rispetto al ballottaggio del 2021, quando si era fermato a 3.648.987. Anche Jara, la sua rivale, cresce, ma molto meno: arriva a 5.215.899 (circa 600mila in più rispetto ai voti assoluti che Gabriel Boric ottenne al secondo turno), e resta distante di sedici punti. In valore assoluto, il bottino di Kast diventa il più alto mai registrato per un presidente eletto in Cile, anche se non è la percentuale record, che resta saldamente in mano a Michelle Bachelet (62,17% nel 2013).

Una distanza, quella tra percentuale e massa, che segnala quanto il Paese che decide è molto più ampio, intermittente e spesso meno ideologico rispetto a quello fedele e mobilitato, entrato in partita perché costretto a farlo. Ed è lì che la campagna di Kast - martellante su criminalità, frontiere e stanchezza verso il governo uscente - trova il suo terreno migliore.