Quella che fa il discorso da leader è Pina Picierno. «Non dobbiamo avere paura. E i congressi non si fanno per contarsi ma per confrontarsi sulla linea del partito». Prima, ahinoi, la solita tiritera sui tempi difficili e sulla missione del Pd di baluardo della democrazia nel mondo che si guasta; ma forse è semplicemente la tassa da pagare per essere ascoltati a sinistra. Sempre che il ragionamento non fosse un velato siluro a Elly Schlein, accusata di leaderismo assoluto e sordo.
«Risponde solo ai bolognesi Igor Taruffi e Gaspare Righi, oltre che al portavoce unico, Flavio Alivernini», lamentano in tanti sotto il palco. Perfino i capogruppo Francesco Boccia e Chiara Gribaudo, oltre all’eterno burattinaio Dario Franceschini, sarebbero marginali nell’universo della segretaria.
Picierno ha piglio e oratoria, sembra perfino sapere dove vuole andare; e a prima vista non ha un armocromista, viene a Milano con un tailleur che da queste parti definirebbero più trasü de ciùc che porpora e scarpe rosa puffetta. Non è sessismo: ci fosse stato un big uomo sul palco in cravatta gialla su camicia rosa, lo avremmo fatto parimenti notare. Che sia la Pina l’anti-Schlein?
Siamo nella piscina scoperta del centro di Milano. Location azzeccata: cosa c’è più di fuori stagione nel Pd di oggi dei moderati riformisti? Sono stati renziani ma credono in un prossimo Pd renziano senza il rottamatore, che intanto inciucia con la nuova segreteria. Il pomeriggio però è caldo e assolato. L’ideale per una scampagnata urbana della politica. È questa l’atmosfera: i tempi per loro sono grami ma sono tutti allegri e rilassati. Un giorno senza la dittatura sovietica di Elly è, se non vacanza, quantomeno festa. Si respira. Qualcuno parta addirittura di «appuntamento movimentista»; ma non era la segretaria quella che ha occupato il Pd con il movimentismo? Appunto, ma il Nazareno è come il Vaticano: prima un tradizionalista, poi un riformista e poi si ricomincia. Qui si cerca il futuro rimpiangendo il passato. Eterna ammuina identitaria. Anche il tema usato a pretesto dell’incontro è azzeccato: “Crescere! Competitività, salari, welfare, sicurezza, Europa”. «Giorgia Meloni ha consenso dopo tre anni perché l’opposizione dà l’idea di non avere una proposta alternativa credibile. No alle scelte estremiste», arringa Giorgio Gori, europarlamentare e presidente mancato della Lombardia, il padrone di casa a cui i dem milanesi hanno appaltato la gestione dell’evento. Meno ideologia più pragmatismo e programmi economicamente sostenibili è il messaggio, che però suona come una critica più al campo largo sbilanciato a sinistra che al governo. Una parte del Pd che si raduna per parlare di prodotto interno lordo, welfare sostenibile e promesse credibili oggi vuole solo dire che qui sono tutti consapevoli che la segretaria, oltre all’alleanza con M5S e Avs a ogni costo, non ha altre idee in agenda. È una provocazione, un po’ come se Russia Unita organizzasse a Mosca in faccia a Putin un forum intitolato “Restituiamo la Crimea all’Ucraina”.








