Sono anni ruggenti. Un periodo in cui si ha fiducia nel futuro, si investe, si crede in un mondo migliore. Alla radio passano le canzoni di Madonna e Michael Jackson, al cinema si guarda “Ritorno al futuro”. Riprende a crescere il Pil, ci si lascia alle spalle gli Anni di Piombo. E si investe. Qui si inserisce il finanziere barese Luciano Sgarlata. È specializzato nel collocare titoli di proprietà immobiliari raccogliendo capitali superiori al valore dei beni. Un trucco che avrebbe creato non pochi problemi a tantissime persone. Oltre 16 mila, per la precisione. Tanti sono coloro che affidano a lui i risparmi di una vita.

«Inizialmente dava interessi altissimi e le persone si sono fidate. Si trattava di società fiduciarie, c’era un controllo dell’allora Ministero dell’Industria quindi sembrava fosse sicuro. E invece non era così», spiega Antonio, portavoce del comitato risparmiatori Reno spa-Previdenza spa, che si sta costituendo e che riunisce i veneti coinvolti. Antonio chiede di poter conservare un parziale anonimato vista la delicatezza della vicenda. L’inizio della fine risale al 1983 quando la società Reno di Sgarlata viene messa sotto inchiesta per irregolarità contabili. Ma il finanziere non si ferma. Trasferisce tutto il denaro in un’altra società, la Previdenza, amministrata da Giuseppina Poggi, sua moglie. A lui fa capo anche la Otc. Nel 1985 viene dichiarata la bancarotta. Nel 1986 il finanziere viene arrestato dalla guardia di finanza: è su un treno diretto a Nizza, sta scappando. L’anno successivo Sgarlata finisce in carcere, le accuse vanno dalla bancarotta fraudolenta all’evasione fiscale. Non ci resta molto, si sente male e viene ricoverato. Muore a 48 anni nel 1991, lasciando un buco di 350 miliardi di lire.