Domani Meloni vola in Germania. Oggi Schlein riparte dall’Antoniano. Come: Elly allo Zecchino d’Oro con Il caffè della Peppina e il Torero Camomillo? No, un attimo.

Oggi la dem raduna le truppe all’Antonianum, non a Bologna ma a Roma: niente Topo Gigio e i gatti, forse, saranno più di quarantaquattro. Mentre la premier si prepara a discutere con gli omologhi europei del fronte russo-ucraino (rapporti con Trump, armi, miliardi, asset strategici), Elly cerca di creare il correntone giusto per arrivare al 2027 da candidata premier: per intenderci non le bastano più Roberto Speranza e Andrea Orlando, per quanto indubbiamente dei fuoriclasse, ma tra i fedelissimi sogna calibri come (Marlon) Brando Benifei e Simona Bonafè, e già pregusta la nuova coppia d’assi. Il senatore Alessandro Alfieri invece, coordinatore nazionale di Energia Popolare, è praticamente in rosa – «È fatta!», qualcuno l’altra sera al Nazareno ha già stappato, in barba alla scaramanzia – c’è solo da limare un documento che per i bonacciniani segnerà la fine della minoranza interna. Gli equilibri geopolitici passano dall’Antonianum.

Appaiono quasi irrilevanti gli appuntamenti della premier, recenti e del prossimo futuro. Giovedì Meloni ha ricevuto Volodymyr Zelensky a Palazzo Chigi: novanta minuti di confronto, al centro le proposte di Donald, le richieste di Putin, le possibili mediazioni europee, l’esigenza di mettere fine il prima possibile a un conflitto devastante per costi umani ed economici. Mala vera resistenza è quella di Elly, che sul campo di battaglia dell’assemblea nazionale del Pd deve anche possibilmente contrattaccare, piano messo a punto per lunghe notti insonni dallo stratega Sandro Ruotolo, cappello bicorno, cannocchiale e baffone canuto per mimetizzarsi tra le linee. L’ex luogotenente di Michele Santoro – in Rai erano i tempi di Telekabul – a meno di una straordinaria manovra sui derriere non riuscirà però a fare prigionieri gli eurodem Pina Picierno e Giorgio Gori, così come i parlamentari Marianna Madia e Simona Malpezzi. Al massimo, fanno sapere i dissidenti tramite i propri ambasciatori, «se la relazione di Schlein sarà ordinata»- comprensibile è troppo – «e non studiata per dividere, possiamo votarla».