L’arma fine di mondo del dottor Stranamore non funziona più. Lo scenario della deterrenza nucleare che aveva dominato la Guerra Fredda nel Novecento, basato sulla teoria della mutua distruzione assicurata – meglio nota nell’acronimo inglese MAD (Mutual assured destruction) che nella celebre commedia di Stanley Kubrik assurge a dottrina, è completamente mutato nel contesto digitale in cui il quinto dominio, quello del cyberspazio, non assicura più la simmetria della guerra convenzionale, bensì apre gli infiniti orizzonti di una guerra ibrida in cui azioni, reazioni e attribuzioni non hanno più alcuna certezza.
Allo schema chiaro, brutale e lineare fatto di arsenali atomici dichiarati, dottrine pubbliche e sistemi di early warning, si è sostituito un equilibrio instabile, fondato su una insicurezza sostanziale. Un grande attacco cyber contro infrastrutture critiche non garantisce infatti né il risultato operativo né il controllo degli effetti collaterali, che in un domino incontrollato possono provocare danni anche per l’attaccante, con malware che colpiscono ben oltre gli obiettivi iniziali: il rischio? È una guerra batteriologica digitale, devastante ma impossibile da controllare pienamente.






