Per decenni, almeno dalla crisi di Cuba, inizio anni Sessanta, non abbiamo più pensato all’imminenza possibile di una guerra nucleare, nonostante le Nazioni più potenti continuassero a sostenere la produzione di armamenti atomici. La caduta dell’impero sovietico aveva poi enormemente autorizzato la speranza che almeno nel mondo occidentale si potesse finalmente vivere in una pace non più traballante. A distanza di poco più di una trentina d’anni dal crollo del Muro, in realtà, si è assistito a un progressivo innalzamento della soglia di pericolo, una sensazione di rischio che dall’invasione russa dell’Ucraina è diventato se non imminente, almeno prossimo. In una giornata apparentemente normale negli Stati Uniti, improvvisamente un missile con testata nucleare viene lanciato da ignoti. Inizia così “A house of dynamite”. La situazione sembra sotto controllo, ma la parabola della traiettoria cambia rapidamente, Chicago diventa l’obiettivo, i tentativi di distruggere il missile vanno a vuoto, parte il protocollo previsto dal caso, mentre tutti attendono la decisione del presidente. L’aspetto più inquietante è rappresentato proprio dall’invisibilità del nemico: nessuno rivendica l’attacco, la minaccia è incontrollabile. Da Kathryn Bigelow arriva l’atteso film muscolare, che fin dal titolo annuncia la sua angosciante attualità, ovvia metafora del nostro mondo odierno. Già l’incipit, dove si annuncia a caratteri cubitali che la possibilità di pace dalla fine della guerra fredda a oggi è praticamente terminata, informa come il tema sia chiaro. Alla regista californiana in realtà interessa poco lo sviluppo della drammatica situazione e lo rivela ampiamente, negandosi ogni spettacolarità del caso; semmai, in modo più originale, vuole mettere in luce come tutte le certezze tecnologiche e militari che abbiamo in caso di disperata difesa siano fallaci e come di fronte a tale pericolo, il Potere non sia in grado di sapere cosa fare (né di conoscerne le procedure) e che la fragilità umana prenda il sopravvento, dovendo probabilmente scegliere tra resa o suicidio (per le ritorsioni inevitabili in caso di contrattacco). Insomma svela come l’impotenza, a cominciare dallo Stato ritenuto più forte al mondo, sia l’evidente realtà di come siamo impreparati a tutto, nonostante si pensi l’esatto contrario. Diviso in tre grandi blocchi, dove si ripete la prima parte del film vista da un’altra angolazione, l’ultimo lavoro della Bigelow, passato in Concorso all’ultima Mostra, dimenticato totalmente dalla giuria, è un film d’azione girato quasi interamente in interni, dove l’incertezza di un nemico invisibile gioca la carta più allarmante, mentre l’abilità della regista di “The hurt locker” e “Zero dark thirty”, otto anni dopo l’ultimo “Detroit”, lascia ancora il marchio. Voto: 7,5.