La fusione di due buchi neri è l’evento più traumatico dell’Universo dopo il Big Bang. Scuote la struttura dello spazio con onde gravitazionali che si riverberano in tutto il cosmo. Queste onde, se osservate da confortevole distanza dalla Terra, hanno per noi un grande vantaggio: portano con sé preziosissime informazioni sugli oggetti che le hanno generate, oggetti difficilissimi da studiare, perché, proprio per il fatto di essere buchi neri, non emettono radiazioni (né luce, né calore, né raggi X, eccetera) e si rapportano con il resto dell’Universo solo attraverso la forza di gravità.

Due distinte fusioni di buchi neri, rivelate a un mese di distanza l'una dall'altra alla fine del 2024, ci hanno fatto scoprire qualcosa che, finora, gli astrofisici avevano solo congetturato in teoria, ma non erano mai riusciti a constatare per via sperimentale: esistono fusioni di buchi neri “di seconda generazione”, cioè generate, a loro volta, da precedenti fusioni fra buchi neri primigeni.

Tutto questo lascia tracce identificabili, che raccontano una storia. Perciò, quel gigantesco gorgo spazio-temporale che è il “black hole”, in certi momenti speciali, accetta di raccontaci qualcosa di sé. Squadre di scienziati hanno lavorato per un anno per interpretare i dati di quei due eventi di fusione, utilizzando algoritmi e modelli matematici estremamente sofisticati, e ne è valsa la pena. I risultati figurano in un articolo sulla rivista scientifica “The Astrophysical Journal Letters”.