TREVISO - Nelle settimane in cui l’Italia si interroga nuovamente, e con toni spesso ultimativi, su cosa debba davvero significare educare all’affettività e alla sessualità, una storia del passato riporta luce sul tema. Viene dalle aule elementari del Trevigiano, negli anni in cui il Belpaese stava imparando la democrazia e la scuola cercava il proprio passo dentro una società ancora timida nel nominare il corpo, il desiderio, la nascita. La protagonista è una maestra, Luisa Tosi, che nel suo chiassoso laboratorio quotidiano, l’aula, aveva capito che non c’è nulla di più politico del modo in cui si risponde a una domanda di un bambino. È il 1963, Tosi scrive sul bollettino di “Movimento Cooperazione Educativa”, racconta le sue riflessioni su una discussione in classe. Si parla di ricci e i porcospini, di mammiferi, e lei immagina come potrebbe rispondere alle domande “scomode” degli alunni. «Quelle domande le desideravo forse, e un po’ le temevo». Ma il pudore non la paralizza. La obbliga a interrogarsi: quanto dire, come dirlo, fino a dove accompagnare l’intuizione dei bambini senza forzarla, senza cedere né all’imbarazzo né alla tentazione dell’adulto di mostrarsi più disinvolto di quanto non sia. Pochi anni dopo, in una prima elementare, intercetta un biglietto: un invito “sul pagliaio”. Piccole innocenze contaminate, diremmo oggi; un tempo si parlava piuttosto di precoce malizia. Tosi lo legge come un segnale d’allarme diverso: non la trasgressione, ma la solitudine. I bambini conoscono parole e gesti che gli adulti fingono di non sapere. E allora l’insegnante, invece di alzare muri, prepara quaderni, appunti, si confronta con i colleghi, strumenti per dire l’essenziale senza ferire, senza sradicare la spontaneità ma neppure lasciarla in balia del non detto.