Il riso in Italia è tradizione agricola e simbolo culturale, soprattutto nelle province di Vercelli, Pavia e Novara, che concentra gran parte della produzione nazionale, delle varietà più pregiate. Eppure oggi la filiera è fragile: il cambiamento climatico, la pressione dei prezzi, la concorrenza internazionale e l’omologazione varietale mettono in crisi soprattutto i piccoli produttori. Un allarme di Coldiretti lo attesta: in molte aree il prezzo del riso all’origine è sceso sotto i costi di produzione, rendendo insostenibile coltivare qualità. Il risultato è che oggi la metà della produzione nazionale è ormai destinata al riso da sushi, mentre le superfici coltivate a Carnaroli, Arborio e Vialone Nano si riducono perché meno richieste e remunerative. Quando una varietà scompare, perdiamo anche un ecosistema fatto di tecniche, micro-abitudini, microclimi.

Clima, inondazioni troppo intense: a rischio le coltivazioni di riso

24 Novembre 2025

Perdiamo biodiversità agricola e identità gastronomica, mentre chi coltiva queste varietà fatica a ottenere un prezzo che ne riconosca il valore. In questo contesto, restituire valore alle varietà storiche diventa un gesto non solo economico ma ambientale: significa frenare l’omologazione, preservare colture che hanno bisogno di territori specifici e che sono parte essenziale dell’agricoltura italiana. È in questa frattura della filiera che si inserisce la storia di Nicola Coppe, 34 anni di Quero, fondatore di Riso Sakè, la prima sakagura italiana (in giapponese significa: luogo in cui si produce il sakè), nata a Feltre nel 2020, ai piedi delle Dolomiti. Il suo progetto nasce quasi come una deviazione accidentale, a partire dalle sperimentazioni di birra artigianale: “Ogni compleanno chiedevo in regalo il piccolo chimico”, racconta Nicola.