Maggiore è l’esercizio fisico nella mezza età e nella tarda età, minore è l’incidenza dell’Alzheimer e della demenza in generale. Non è uno slogan, ma il messaggio che arriva da un nuovo lavoro del Framingham Heart Study, appena pubblicato su JAMA Network Open. E suggerisce che esistono due momenti chiave – intorno ai 50 anni e dopo i 70 – in cui muoversi fa davvero la differenza per il cervello. Lo studio ha seguito per decenni i figli dei partecipanti originari del Framingham, un grande studio epidemiologico iniziato negli anni Cinquanta.

Lo sport e le face d’età

Per ognuno sono stati raccolti i dati sull’attività fisica in tre fasi della vita: da giovani adulti (intorno ai 35 anni), in mezza età (circa 50–60 anni) e in tarda età (dopo i 70). L’attività era auto-riferita con un questionario che teneva conto del tempo trascorso a dormire, seduti, in attività leggere, moderate (come camminare a passo svelto) o intense. Da qui nasceva un indice complessivo: più alto il punteggio, più attivo lo stile di vita.

Lo studio

I partecipanti sono stati seguiti fino al 2023, registrando le diagnosi di demenza e Alzheimer con valutazioni cliniche accurate. Nel corso del follow-up si sono accumulati centinaia di casi, sufficienti per chiedersi se chi si muoveva di più, e in quale fase della vita, avesse davvero meno probabilità di ammalarsi. La risposta non è uguale per tutte le età. L’attività fisica da giovani non è risultata chiaramente associata al rischio di demenza molti anni dopo: chi era più attivo a 30–40 anni non aveva, in media, meno diagnosi rispetto ai coetanei più sedentari, una volta considerati gli altri fattori di rischio. Diverso il quadro quando si guarda alla mezza età: qui le persone nei livelli più alti di attività avevano un rischio di demenza circa inferiore del 40% rispetto al gruppo più sedentario.