Tra i filari crescono pini e cipressi mentre in uno scavo vicino alla cantina è stato creato una piccola area umida. Per la vite significa ritornare alla natura. Per il vigneto forse un po’ meno ma il recupero della biodiversità negli impianti offre ai produttori di vino una via d’uscita per affrontare il riscaldamento globale senza dover traslocare, sempre che sia possibile, ad altitudini più elevate. In diverse aziende agricole italiane oggi si sperimentano ecosistemi artificiali per limitare i danni delle temperature in crescita: dalle agroforeste per migliorare la salute del suolo fino alle aree umide per riciclare le acque reflue derivate dalla lavorazione dell’uva.
In un vigneto sperimentale di circa due ettari a Minervino Murge in Puglia sono state messe a dimora, seguendo il principio dell’horror vacui, 20.000 piante tra erbe aromatiche, arbusti ed alberi ad alto fusto per studiarne le interazioni con la vigna. Non ci sono spazi vuoti, o quasi. Nell’intervallo tra una vite e la successiva, che misura dagli 80 ai 120 centimetri, sono coltivate più specie possibile: in media sono sette e coprono l’intero mosaico verticale del vigneto. Si parte dal piano terra, se così possiamo dire, con officinali, tappezzanti, specie spontanee per proseguire poi con ginestre, perenni e altri arbusti. La vite e à meta strada perché l’attico e il tetto sono occupati dalla chioma degli alberi (oggi ancora in fase di crescita). “Il modello di riferimento è la foresta primaria e la sua attività biologica. – spiega Sveva Sernia, direttrice del progetto agricolo Morasinsi - Ristabilire un rapporto naturale tra la vite e l’ecosistema forestale è una soluzione basata sulla natura per mitigare gli effetti del riscaldamento globale che trascinano l’Alta Murgia e altri ambienti mediterranei verso il deserto”. La strategia è simile a quella per emarginare le isole di calore con il verde urbano: anche in campagna, come in città, più vegetazione equivale a un’ombra diffusa e a temperature più sostenibili, in questo caso, per le viti. “Le colture più vulnerabili alla siccità prolungata e alle temperature torride sono varietà locali come il Nero di Troia e il Pampanuto. - conclude l’agronoma - I benefici dell’agroforestazione, che dovranno essere valutati sul medio e lungo periodo, riguardano anche la salute del suolo e delle uve”. In Italia, oltre a quella di Minervino Murge, ci sono sperimentazioni simili in Calabria ma anche nel Nord Italia, in Franciacorta e in Veneto.






