Quando il centrodestra è andato al governo e Giancarlo Giorgetti si è insediato al ministero dell’Economia le azioni del Monte dei Paschi di Siena valevano poco più di 5 euro. Mercoledì scorso (prima dell’inchiesta) hanno chiuso a 8,7 euro, con un incremento del 75%. Nel frattempo la banca di Siena, devastata fino al 2017 dalla gestione delle amministrazioni locali rosse attraverso la Fondazione e dopo la nazionalizzazione da quella dei vari governi che si sono succeduti (prevalentemente di centrosinistra), si è trasformata da cenerentola del sistema creditizio a gallina dalle uova d’oro.

Gli investitori hanno fatto a gara per prendersi le quote via via cedute dal Tesoro e lo scorso settembre è riuscita a papparsi nientemeno che Mediobanca, la principale e storica banca d’affari italiana. Applausi al governo, festeggiamenti per la fine dell’emorragia di soldi pubblici, a partire dagli oltre 5 miliardi sborsati per il salvataggio? Neanche a pensarci. L’offensiva giudiziaria partita dalla procura di Milano per il presunto concerto di Delfin, Caltagirone e l’ad di Mps Lovaglio nella scalata a Mediobanca non muove addebiti al governo, per ragioni squisitamente tecniche, ma gran parte dell’ordinanza di perquisizione punta il dito contro il Mef, che avrebbe orchestrato tutta l’operazione in una condizione di conflitto di interessi, come azionista di Mps e allo stesso tempo come titolare del golden power con cui può bloccare operazioni bancarie. «Il Mef ha agito sempre nel rispetto delle regole e della prassi. Dal ministro Giorgetti nessuna ingerenza né interferenza», hanno fatto sapere ieri da Via XX Settembre. Cosa che leggendo l’atto dei pm risulta confermata. Nessun profilo di illiceità viene infatti imputato al governo.