La vicenda della scalata di Mps a Mediobanca finita nel mirino della procura di Milano per manipolazione del mercato e ostacolo alla vigilanza è lunga, complessa e piena di tecnicismi. Difficile fare sintesi e trarre conclusioni. Però alcuni punti fermi ci sono. Il primo riguarda il Montepaschi. A inizio 2017, con oltre 5 miliardi dei contribuenti, l’allora ministro dell’Economia nei governi Renzi-Gentiloni, Pier Carlo Padoan, ora guarda caso presidente di Unicredit, raccolse i cocci della banca senese e l’avviò su un percorso di disperazione e sofferenza. Nel 2024, dopo i tentativi a vuoto di diversi governi e diversi manager, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e l’ad Luigi Lovaglio sono riusciti non solo a rimettere la banca sui binari e a recuperare attraverso tre collocamenti di capitale sul mercato molte delle risorse pubbliche bruciate precedentemente, ma a darle la forza di conquistare il salotto buono della finanza italiana, quella Mediobanca gestita da decenni da Alberto Nagel come un fortino, in barba ai soci industriali che mettevano il grano.
Il secondo punto riguarda il ramificatissimo sistema di controllo di tutte le operazioni finanziarie. Dopo i pasticci compiuti nell’era dei furbetti del quartierino, Ricucci, Fiorani, Coppola, & C, la vigilanza è diventata occhiuta e severissima. L’operazione Mps-Mediobanca ha superato senza problemi il vaglio di Bce, Bankitalia, Consob, Antitrust. Possibile che i super esperti delle authority siano stati presi per il naso dal terribile duo Caltagirone-Milleri, che sotto gli occhi di tutti avrebbero orchestrato un fenomenale raggiro? Ai danni, poi, non si sa bene di chi.











