Fitte nel costato. Punte di spillo che sembrano perforare la pelle. Pugnalate alla colonna lombare. La sensazione che qualcuno mi stia dando fuoco dall’interno – la miccia di un fuoco d’artificio accesa nelle sinapsi dei miei nervi periferici -, dalla lesione al midollo fino alla punta dei piedi. Sono nove anni e 310 giorni che il mio sistema centrale manda impulsi di dolore anche quando non dovrebbe. Ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette: non c’è un momento in cui il dolore non ci sia. Giorno, notte, agli aperitivi, alle feste comandate, in quei momenti in cui sei con gli amici e la famiglia e ti comporti come se niente fosse. Poi ci sono le notti come queste, in cui non riesco a raggiungere con la mano la boccetta di Toradol. Ho 28 anni, una diagnosi di malattia rarissima alla nascita, 26 interventi chirurgici alla colonna vertebrale.

I dati di chi soffre

Ma se pensate che la mia sia una situazione estrema, vi sbagliate. Non sono sola. E lasciatemelo dire: il dolore cronico cambia la vita, spesso senza alcuna pietà. Secondo l’Associazione Italiana per lo Studio del Dolore (AISD), basandosi sui risultati dell’European Health Interview Survey 2019, in Italia circa il 24,1% della popolazione adulta - cioè circa 10,5 milioni di persone - dichiara di soffrire di dolore persistente da almeno tre mesi, che poi è la condizione necessaria per poter parlare di una diagnosi conclamata di dolore cronico. Allargando lo sguardo, nel mondo occidentale, secondo la International Association for the Study of Pain (IASP), circa 1 adulto su 5 convive con dolore cronico. Una cifra che rende il dolore cronico un’emergenza per la sanità pubblica. Un esempio concreto: a livello globale, le condizioni muscoloscheletriche, vale a dire mal di schiena, artriti, artrosi, dolori al collo, affliggono circa 1,7 miliardi di persone e rappresentano la principale causa di disabilità nel mondo.