Punto primo. In presenza di sintomi e segni che possono far pensare all’infarto, non perdete tempo. Prima si arriva con le cure, tanto minori sono i rischi di morire per l’attacco cardiaco e di andare incontro a complicanze croniche, come lo scompenso. Ma ci sono altri fattori, nella presa in carico, che possono influire sulla prognosi. Ed uno è il punto in cui si viene assistiti. Grazie alle cure specialistiche del cardiologo, infatti, si può migliorare il percorso post-infarto acuto. A dirlo è un’analisi nazionale condotta su quasi 80.000 pazienti italiani colpiti da infarto nel 2022 che conferma come essere gestiti interamente in un reparto di cardiologia salva la vita. La ricerca è stata pubblicata su International Journal of Cardiology (primo nome Leonardo De Luca, autore principale Giovanni Baglio).
Infarto, con l’Intelligenza Artificiale cure su misura per i casi più complessi
26 Ottobre 2025
Numeri che fanno riflettere
Lo studio ha utilizzato i dati amministrativi del Ministero della Salute e del Programma Nazionale Esiti, valutando tutti gli adulti ricoverati per infarto acuto del miocardio e sopravvissuti a 30 giorni dall’evento nel 2022. I pazienti sono stati divisi in tre percorsi di cura: il primo ha preso in esame i soggetti gestiti interamente in una cardiologia, (84,2%), nel secondo sono stati seguiti i soggetti transitati in cardiologia, ma dimessi da altri reparti (8,7%) e nel terzo sono stati compresi i pazienti mai gestiti in reparto di cardiologia durante l‘evento infartuale (7,1%). In generale, in quest’ultima popolazione sono stati coinvolti i soggetti più anziani (due terzi dei pazienti sopra i 75 anni non vengono dimessi da cardiologia), più fragili e più spesso di genere femminile. Cosa emerge? Dopo correzione statistica per i comuni fattori di rischio cardiovascolari e variabili cliniche, le differenze di sopravvivenza sono risultate davvero significative.






