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Nicola Pietrangeli, morto lunedì mattina a 92 anni, fu considerato a lungo il miglior tennista italiano, per le vittorie che ottenne tra gli anni Cinquanta e Sessanta e uno stile di gioco eclettico e spettacolare. Nell’ultimo periodo però, con l’ascesa di Jannik Sinner e di un’eccezionale generazione di tennisti italiani di successo, per una parte dell’opinione pubblica – soprattutto la più giovane o profana del tennis – era diventato più che altro l’ex tennista che rimpiange i vecchi tempi e non tiene in gran considerazione Sinner e i suoi risultati.
Era un ruolo costruito in buona parte dai media, che a ogni vittoria di Sinner lo interpellavano alla ricerca di qualche dichiarazione pungente o maliziosa, a cui spesso davano grande risalto facendola emergere in mezzo alla grande ammirazione e celebrazione generale, e alle cose positive che lo stesso Pietrangeli diceva di Sinner. Ma il meccanismo era alimentato anche da un certo egocentrismo di Pietrangeli, che aveva sempre voluto essere considerato un tennista (e un personaggio) carismatico e da guardare con una certa deferenza. Quindi stava al gioco e spesso non faceva mancare la dichiarazione pungente o maliziosa.










