L'ibrido ha ufficialmente conquistato l'Europa: nei primi dieci mesi dell'anno il 34,6% delle auto immatricolate nel Vecchio Continente ha sotto il cofano almeno un componente elettrico incaricato di coadiuvare il motore a combustione interna. Questa precisazione è fondamentale, perché i dati ufficiali forniti dall'Associazione europea dei costruttori automobilistici non fanno distinzione tra i diversi tipi di powertrain ibridi, principalmente mild hybrid e full hybrid. La differenza tra questi sistemi sta nella quantità di supporto che l'unità elettrica dà a quella termica, con tutto quello che ne consegue in termini di batterie a bordo, componenti elettrici, complessità di gestione e impatto su consumi ed emissioni. Ma, a prescindere da questo, la diffusione dell'ibrido è inarrestabile e questo dipende anche dalla sempre maggiore disponibilità di vetture elettrificate.
LE POLEMICHE SUL PLUG-IN
A proposito di elettrificazione, l'ibrido plug-in - cioè quello con la spina e una batteria più grande che permette di percorrere anche più di 100 km in modalità elettrica - merita un discorso a parte, perché è vero che ha raggiunto una quota del 9,1% ma è anche al centro di diverse polemiche che derivano dalla sua stessa natura. Favorito dalla procedura di omologazione, che permette di effettuare il test con gli accumulatori carichi al 100%, il plug-in hybrid viene venduto con valori di CO2 bassissimi, che però nella vita reale spesso non vengono raggiunti, perché chi possiede questo genere di auto non si ricorda di ricaricarle. E un Phev con la batteria scarica consuma ancora di più, perché si porta dietro 2/300 kg di batterie che, se non vengono ricaricate diventano solo una zavorra.








