Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano
Ultimo aggiornamento: 13:38
Doveva essere una svolta storica: per la prima volta un grande paese africano alla guida del G20, con l’obiettivo di mettere al centro le priorità del continente e del Sud globale. Invece, la presidenza sudafricana si è trasformata in un test durissimo sull’ordine multilaterale, messo a dura prova dal boicottaggio americano e culminato con l’annuncio che Pretoria, secondo la richiesta americana, non sarà invitata al G20 del 2026 a Miami.
Fin da subito, l’agenda sudafricana incentrata su “solidarietà, uguaglianza, sostenibilità” è stata etichettata dalla Casa Bianca come “anti-americana”, troppo concentrata su inclusione e clima. Il boicottaggio del vertice di Johannesburg è stato giustificato rilanciando la falsa narrativa, priva di basi solide, di un presunto “genocidio dei bianchi” e di una sistematica discriminazione contro gli agricoltori afrikaner, spostando lo scontro su un piano puramente simbolico.
Nel frattempo, dazi al 30% sulle esportazioni sudafricane, tra i più alti imposti all’Africa, e canali di cooperazione congelati. Il messaggio è chiaro: chi osa sfidare Washington paga il prezzo, anche solo provando a riequilibrare l’agenda globale. Parallelamente, l’episodio sudafricano accelera lo spostamento verso format alternativi – dai Brics ad altre piattaforme sud-sud – dove i paesi del Sud globale percepiscono minore rischio di umiliazione e maggiore margine di influenza.









